18 Maggio 2022

Quando con il fazzoletto bianco appeso al finestrino dell’auto e il clacson a tutto “spiano” si “correva” all’ospedale

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Quella sera, a Mondovì, alla fine degli Anni Ottanta, Max, Demi e io eravamo proprio ubriachi (prima o poi capita a quasi tutti nella vita), dopo una serata di vino e ricordi (già allora, in preda ai fumi dell’alcol, pensavamo che la nostra primavera fosse finita).

Quando tornammo in piazza Santa Maria Maggiore io sulla Panda Young bianca – 4 marce – scesi gli scalini che portano dallo spazio di sosta superiore al sottostante  vicolo Cordero. “Tump, tump, tump”…ma non me ne accorsi e, come dice una canzone demenziale degli Squallor, “non mi feci male”. Demi addirittura percorse un pezzo di vicolo Cordero contromano. Mentre Max restò ammutolito con le mani strette tra le guance.

Dieci minuti dopo passò una volante della Polizia e noi eravamo tornati a chiacchierare serenamente – si fa per dire – sulla piazza. Fortuna? Mano di Dio? Bicchiere mezzo pieno? In questo caso, se il destino è il bicchiere, direi proprio pieno. In tutti i sensi. Ma c’è dell’altro ancora.

Non so quanti di voi si ricordano di quando, decenni fa, il servizio fornito dalle ambulanze non era ancora efficiente come ora e nessuno aveva il cellulare e pochi il telefono fisso per chiamarle.

Per cui, nel momento in cui una persona si era ferita in un incidente stradale o si sentiva male a casa, e bisognava trasportarla all’ospedale, spesso si usavano, a rischio certamente, i mezzi privati.

Con un accorgimento: si appendeva al finestrino del guidatore un fazzoletto bianco e si suonava il clacson a “tutto spiano”. Il senso civico era sicuramente maggiore di quello attuale perché, comunque, tutti ti facevano passare. Al contrario di adesso che, tante volte, si dà spazio nemmeno alle ambulanze.

Ebbene, tornando a quella sera ricordo come, tanto stavo annebbiato di testa che, ai trenta all’ora, percorsi il tragitto da Mondovì a Cuneo con il fazzoletto bianco appeso al finestrino. Col senno di poi, devo ammettere di non essere stato protagonista di una grande impresa, ma di una solenne castroneria.

Tuttavia mi guidò quel senso della paura di farmi e di fare del male agli altri che mi impedì di schiacciare il piede sull’acceleratore e di spingermi a correre. Un sentimento molto diffuso nella nostra generazione di trentenni di allora: quasi un senso civico di responsabilità, anche quando le condizioni di lucidità mentale erano pessime.

Ammiro i giovani di adesso che bevono poco e, comunque, il guidatore che non assaggia l’alcol. Almeno questo dicono e io ci credo. Non rinnego nulla del passato, ma se potessi tornare indietro un’azione, seppure sia capitata rarissime volte, non la rifarei più: guidare ubriaco.

La vita è troppo bella per buttarla via, per spegnerla in un ammasso di lamiere contorte.