15 Agosto 2022

Quanti si spengono per il Covid-19 lo fanno da soli e lontano da tutti, nello strazio fisico e spirituale

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Era il 14 settembre 1999. Quella mattina passai presto con l’auto a prendere mia madre per andare all’ospedale da mio padre. Infatti, la sera prima ebbi la sensazione che le sue funzioni vitali avessero avuto un rallentamento. Ma non grave. Durante la notte le condizioni di salute peggiorarono.

Quando arrivammo, i suoi occhi spenti per un attimo si illuminarono. Mi sedetti accanto a lui e gli strinsi la mano. Mi raccontò, sillabando le parole con molta difficoltà, un fatto della mia vita che pensava mi avrebbe reso felice. Il mio cuore si aprì. Anche perché il nostro legame in tanti anni non fu mai ricco di rapporti positivi. Litigavamo spesso. Con quelle parole volle donarmi un momento gioia. E io, che avevo anche le mie colpe, glielo feci capire stringendogli un poco più forte la mano. Lui accennò a un sorriso. Ci riconciliammo così.

Arrivò mia moglie. In quel momento mio padre si sentì libero, perché aveva attorno tutta la famiglia. Suo nipote era ancora troppo piccolo per andare a trovarlo. Lasciò andare dolcemente la sua mano dalla mia e la sollevò insieme al braccio di una ventina di centimetri verso l’alto. Fu una gesto che mi colpì tantissimo e che mi è rimasto nel ricordo. Come a dire: sono pronto, in attesa di qualcuno che lo venisse ad accompagnare nel cammino verso l’infinito.

Prese ancora una forte crisi respiratoria. Chiamammo i medici che provarono a rianimarlo. Inutilmente. Vederlo andare per sempre, nonostante le tante conflittualità vissute, mi provocò uno dei dolori più grandi della vita. Forse il più grande.

In questi giorni mi è tornato in mente quell’incontro e, pure nella sofferenza immensa che provai e che provo ancora adesso quando ci penso, mi ritengo fortunato rispetto alle famiglie delle persone stroncate dal Coronavirus.

Mio padre, prima dell’ultimo viaggio, l’ho accarezzato e gli ho parlato. Quanti si spengono per essere stati aggrediti dal Covid-19 lo fanno da soli, lontano da tutti, nello strazio fisico e spirituale. Pur con gli operatori sanitari che ci mettono il massimo impegno per accompagnarli, offrendo serenità. Ma senza che i loro cari possano accarezzarne gli occhi e il viso e stringerne la mano. Senza che possano piangerli insieme alle altre persone con cui hanno condiviso il percorso terreno. E non c’è tristezza peggiore.

Nel mondo, fino a ora, i deceduti per il coronavirus, dall’inizio della pandemia, sono 5 milioni e 100 mila. In Italia, 133 mila. E, purtroppo, altri continuano ad aggiungersi. Cerchiamo, tutti insieme, di fermare l’infezione virale provocata dal “mostro”.